Notizie storiche

Per renderci conto della prima comunità di Episcopia in epoca post romana bisogna risalire all’alto medioevo, anche se questa terra comincia ad essere interessante sotto i Normanni, quando fu unita di volta in volta a vari signori, passando di feudo in feudo e sotto varie Famiglie, che la tennero in Signoria.Quale possedimento normanno, dopo il 1060, venne aggregata alle vastissime proprietà del Grantmesnil, genero di Roberto il Guiscardo per aver sposato la figlia Mabilia, principessa e signora di tutti i casili della valle del Mercure. Morto Roberto il Guscardo, il Grantmesnil si ribellò a Ruggero di sicilia, per questo motivo egli fu privato di tutti i feudi e fu costretto a riparare a Costantinopoli, alla corte del Basileus. Da questo momento tutti i feudi di precedente possesso del Grantmesnil furono direttamente gestiti dalla Cancelleria della Regia Curia Normanna, la quale, di volta in volta, li assegnava a coloro che si rivelavano devoti alla causa della Corona. Con Tancredi di Lecce, i feudi lucani vennero assegnati a cospicue famiglie che lo avevano sostenuto come re dei normanni, contro le elezioni di Enrico di Svevia, pretendente allo stesso trono perchè dote della moglie Costanza. Comunque, l’attuale castello di Episcopia, che fu il riutilizzo di una fortificazione preesistente, assunse le caratteristiche di maniero sotto il regno normanno, intorno al 1090 dopo il consolidamento di questo popolo nell’Italia meridionale, in seguito a quella famosa campagna di Calabria che sistemò i fratelli normanni come legittimi re del Sud Italia. Ora, quantunque nelle vecchie carte, dal secolo decimo-primo in poi, del catalogo dei vecchi feudi compilato circa la metà del secolo dodicesimo, non vi sono molte notizie, tuttavia possiamo apprendere che già Ruggero il Normanno di Sicilia istituì in Episcopia sin dal 1137 una baronia infeudata ad un certo Jacopo della Roma, il quale teneva la baronia anzidetta “de domino rege”. Più fortunato fu questo feudo sotto Federico II, quando fu concesso unitamente a Lagonegro, Laino e Lauria, a don Ruggero Battaglia, di Lauria, marito di donna Bella Lancia e cognato di Bianca Lancia, amante di Federico II.
Fu sotto la casa di Lauria o Loria che il castello fu ampliato ed abbellito con il riutilizzo della citata fortificazione, attraverso la ripresa della struttura muraria della torre al lato nord ed il completamento della costruzione dell’ala sud, comprensiva della torre quadrangolare, secondo l’architettura provenzale, ma di gusto svevo di Sicilia. Fu infeudata episcopia dalla casa di Lauria, potente famiglia ghibellina, fino al 1266, anno della definitiva caduta della Casa Sveva nell’Italia meridionale. Molte lacune vi sono di questo casale durante il periodo angioino; si conosce soltanto che nel 1275-76 Carlo d’Angiò, distribuendo nei comuni la nuova moneta, da sostituirsi alla vecchia, tassava Episcopia per once 5, terreni 21 e grana 19. E’ però alla fine del trecento che troviamo in episcopia un ramo della famiglia di Sanseverino: Fabrizio, devoto alla signoria degli Aragonesi, magnanimo, valente ed astuto, ma insaziabile acquisitore di domini, possedeva più ducati e contee. Egli, in precedenza, era stato anche devoto a Giovanna II e a Luigi e Renato d’Angiò, però per avidità di dominio, passava con estrema facilità da un signore all’altro. Dopo la famosa congiura dei Baroni, contro re Ferrante, rimasero molti feudi vacanti, tolti ai malcapitati, i quali erano stati uccisi, o bruciati vivi, per cui molte antiche famiglie feudali scomparvero dalla scena della storia. Questi feudi vacanti costituivano un incanto per la Cancelleria della regia curia aragonese, la quale vendeva feudi e titoli nobiliari a caro prezzo, per incrementare l’erario dissestato del regno. Fu in questo periodo che troviamo in episcopia una nuova successione feudale: quella dei Marchesi della Porta, che tennero in signoria Episcopia per diverso tempo. Comprò il feudo un certo Camillo per circa 27.000 ducati; e, mentre sotto i Sanseverino di Bisignano, Episcopia costituiva una contea, con i della Porta diventa marchesato. Patrizio, napoletano, ma di origine abbruzzese, devoto agli spagnoli di Napoli, il marchese don Camillo della Porta sposa nel 1537 donna Eleonora Carafa, prestigiosa famiglia napoletana, assai influente alla corte degli Aragona di Napoli. Nel 1541 nasce don Gian Vincenzo della Porta e, più tardi, don Giuseppe Maria. Il primogenito eredita il feudo di Episcopia, mentre al secondo tocca farsi sacerdote e diventa priore dei Francescani di Episcopia. Nel 1566, don Gian Vincenzo, marchese della Porta, sposa la nobile donna Porzia Ramirez, marchesa di Oriolo Calabro, le cui ossa riposano nell’ex convento dei minori osservanti di Oriolo. Nel periodo immediatamente successivo non è stato possibile trovare notizie della presenza dei della Porta in Episcopia, e qualche fonte ipotizza la caduta del feudo sotto la potentissima famiglia feudale dei Chiaromonte, che però non avrebbero tenuto in alcuna considerazione queste terre. Invece, e da ritenere che i della Porta continuarono ad esserne feudatari in quanto nell’epigrafe sulla lapide trovata nel convento di S. Antonio datata 1656 si parla di un Ferdinando della Porta, marchese di Episcopia e anche nel 1700 è accertata la loro presenza in loco. Infatti, consultando i registri dei battesimi, conservati negli archivi della parrocchia, si scopre che il 21 aprile 1701 nasce dal marchese don Mario della Porta e dalla marchesa donna Isabella Longo, Carlo Ettore Giuseppe Maria Domenico Ventura della porta. La coppia ebbe numerosa prole ed il feudo alla morte del marchese Mario, avvenuta il 17 maggio 1719, passò al figlio Carlo, che sposò la nobildonna Gabriela Vergas de Maninna. Il 19 giugno 1730 dalla coppia nasce Mario Antonio Pascale e successivamente altri figli. Però il 15 febbraio 1733 morì la marchesa donna Gabriela ed il 28 marzo 1739 morì anche il marchese Carlo e da questa data, almeno nei registri della parrocchia, sia delle nascite, sia delle morti, si perdono le tracce dei della Porta. Intorno a questa data, sicuramente, Episcopia, come tanti altri feudi basilicatesi, venne venduto e fu acquistato da un’altra famiglia gentilizia: i Brancalassi. Don Gaetano Brancalassi senior fu il primo signore di questo casato e fu l’acquirente del feudo. Appartenente ad un unica famiglia lombarda, ma scesa nel napoletano sotto Alfonso d’Aragona, comprò questo feudo per 39.000 ducati, diventò così barone di Episcopia. A don Gaetano successe il primogenito Jacopo, sposo di donna Lucrezia Caracciolo, dei duchi di Melfi. I Brancalassi Caracciolo tennero in soggezione feudale Episcopia e, quindi il castello, fino all’eversione della feudalità nel mezzogiorno. Importante fu Episcopia durante il decennio francese e durante i vari torbidi che sconvolsero le terre lucane e, particolarmente, queste zone. Il castello ha rappresentato sempre il fulcro della difesa, specie durante il brigantaggio, che, spesso, ha funestato, con impudenti scorrerie, queste zone; sono, infatti, da ricordare gli assalti fatti al maniero, il quale è stato di difesa in questo periodo cruciale, per la storia della valle dell’alto Sinni e nel castello di Episcopia si riunirono all’indomani dell’unificazione dell’Italia i maggiori esponenti della corrente borbonica, per esaminare la situazione. Proprio nel castello di Episcopia, infatti, paese che allora contava 2.269 ab., si riunirono nei primi giorni di ottobre del 1860 i “satelliti del rovesciato governo per ventilare minacce di voler insorgere contro la sicurezza dello stato, la vita e la proprietà dei cittadini”. Si trattava ormai non più di soggezione feudale, ma di idee di riscatto, di libertà perchè anche in Episcopia le idee degli Arcieri, liberali ed umanitarie, per un miglior progresso della zona. Il castello, pertanto, non appariva più la fortezza minacciosa e torva del despota: simbolo di paura, forse di morte; ma la residenza del signore, privo degli abusi feudali e della protervia del forte; la residenza del signore di provincia che si stagliava sulle altre costruzioni del paese, e rappresentava soltanto il simbolo di una potenza tramontata da tempo. Adesso, inoltre, era anche il simbolo della grande casa, che doveva difendere dal brigantaggio o dal malandrinaggio zonale, quando non rappresentava il simbolo della libertà politica, tra le cui pareti si discuteva come liberare il paese e gli abitanti dagli abusi e dalla soggezione savoiarda.